Le sue due voci

 

L'attrezzo di scena di Ondina/Monowe è formato da due oggetti diversi, uniti fra loro con del silicone bianco. A un paio di cuffie stereo è stato aggiunto, come una protesi, uno speaker di forma cilindrica in grado di funzionare in modalità 'bluetooth', emettendo il suono della voce della stessa performer, pre-registrata. La sera del 4 novembre, inizialmente l'attrezzo era appoggiato su un tavolo, e cominciava a funzionare rispondendo al perentorio “Avanti!” pronunciato da O., che in seguito, col procedere del dialogo, a un certo punto lo raccoglieva per metterselo attorno al collo. In quella posizione, la performer poteva udire la propria voce provenire da una certa distanza, quindi diversamente dal solito, quando fuoriesce dalla bocca mentre si sta parlando. Perciò non la riconosceva, ovvero, fra domanda e risposta la sua voce le arrivava all'orecchio diversa, e quella proveniente dall'attrezzo doveva sembrarle di un'altra persona, come capita a chiunque ascolti la propria voce registrata. La prima volta infatti non la riconosciamo come nostra, e spesso non ci piace, poi ci si abitua, ma rimane sempre un fondo di diffidenza, così come diffidiamo, non riconoscendoci, della nostra immagine riflessa da uno specchio. A questo sdoppiamento, questo riverbero dell'io possiamo anche, sia pure con qualche difficoltà, fare meno caso quando la distanza fisica fra noi e il riflesso (visivo o auditivo) è sufficientemente ampia. Ma nel caso di O., quando portava l'attrezzo intorno al collo, vicinissimo quindi alla sua bocca e alle sue orecchie, è molto probabile che per lei l'effetto spiazzante fosse ben maggiore, tale da convincerla (il suo udito in qualche modo glielo imponeva) che stava davvero parlando con un'altra persona, pur sapendo bene che anche l'altra voce era la sua.
Perché la voce che fuorusciva dall'attrezzo, pur assomigliando alla sua, davvero le sembrava appartenere a un'altra persona. Una persona invisibile, che affermava bensì la sua presenza viva ribattendo ad ogni sua affermazione, fosse una risposta o una domanda.
 

La voce insomma si stacca dal corpo, come sdoppiandosi, e il performer parla, scambia parole (domande o risposte) con la propria voce staccata dal corpo e diventata corpo a sua volta. Una relazione fra voci, qualcosa che ricorda il dialogo dei sordociechi, che comunicano con le mani, toccandosele a vicenda e tracciando segni significanti ognuno sul palmo delle mani dell'altro.
E un altro fatto si poteva notare quella sera (e anche nei giorni precedenti, durante le prove): O. dialogando con la voce che fuoriusciva dall'attrezzo di Monowe aveva quasi sempre lo sguardo rivolto verso un punto nell'aria apparentemente vuoto, disinteressandosi di chiunque si trovasse in quel momento con lei nello stesso spazio.
 

Parlar da soli è un'altra cosa, perché possiamo sempre riconoscere la nostra voce (sappiamo che è lei), anche quando proviamo a contraffarla, perché il suo suono esce sempre dalla nostra bocca, la distanza fra quella e le orecchie immutata. E siamo sempre noi a parlare, proprio mentre l'ascoltiamo, muovendo la bocca.
In questo caso, durante la performance del 4 novembre, si verificava uno sfasamento spaziale e temporale insieme, come se O. si sentisse parlare dopo qualche secondo, con un effetto simile all'eco, anche se di un tipo particolare, che non ripete le parole appena dette ma ne genera di nuove.

Soliloquio di Emily Watson/Bess Mc Neill (“Breaking Waves”) che dialoga col Signore; le voci giustapposte di Patti Smith in Land (“Horses”).

C F, novembre 2017
 

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