Killing Floor 2014 (3)

 

Andrea e Davide sono arrivati a blank nel primo pomeriggio di giovedì 19 giugno, portando con loro alcuni oggetti piuttosto pesanti: l'abbozzo della scultura a cui avrebbero lavorato qui sul killing floor; una base in mdf verniciata di bianco, alta 80 cm, a base quadrangolare, sui 40 cm di lato; un secchio contenente pezzi di plastilina; due sverniciatori ad aria calda; altre cose. La scultura, così come appare al suo arrivo, è ancora soltanto abbozzata, anche se vi si può intravedere la forma di un busto; è in plastilina – i colori del materiale sono un marrone cupo e una specie di minio, fra l'arancio e il rosso – applicata su un'armatura fatta soprattutto di legno, in blocchetti tenuti insieme da fil di ferro e viti.

Per prima cosa, viene disteso un grande telo in nylon che proteggerà il pavimento durante la lavorazione; poi viene costruito, usando due liste di legno, un rudimentale sbarramento intorno al busto, sulla base, per contenere il materiale fluido in caduta. Sul terrazzo, dove a quell'ora del giorno il sole batte implacabile, molti pezzi di plastilina sono posti sopra strisce di nylon, per ammorbidirsi in vista del loro utilizzo sulla forma, che è arrivata qui in stato di abbozzo e verrà completata nel corso del pomeriggio.

 

 

Davide mi aveva parlato, giorni prima, di un loro approccio nuovo nei confronti del lavoro, di come la funzione dello studio al mulino non sia più, ora, soltanto strumentale, un luogo neutro in cui avviene la creazione, ma esso intervenga bensì, fisicamente, con oggetti che vengono aggiunti alle sculture in corso d'opera, portandosi dietro la propria storia, non ben decifrabile ma sempre strettamente connessa alla storia dello studio stesso, e alle storie personali di entrambi, Andrea e Davide, come di altre persone che hanno frequentato lo studio e loro stessi. Penso che qualcosa di simile potrebbe accadere anche qui, in un luogo al di fuori dello studio, dove il loro controllo sulla creazione in atto potrebbe essere perfino minore. Ciò che sarebbe un bene, secondo me.

Quel giorno tutto dura per poco più di tre ore, e io assisto a tutte le fasi della lavorazione, che documento con moltissime fotografie. I due girano intorno alla scultura senza mai perderla di vista, toccandola a turno o contemporaneamente, con una specie di forza amorosa, ma senza manifestare, apparentemente, alcuna rivalità reciproca, e il loro gestire è rispettoso della figura che gli sta nascendo fra le mani, di fronte a tutti noi. C'è in quei gesti, sia pure continuamente tradito dallo slancio, una sorta di pudore, che mi impedisce di percepire la mia presenza come un esercizio di voyeurismo, anche se in effetti, ripensandoci, proprio quello stavo facendo: assistevo, discosto, a un evento molto privato, che generalmente – quando Alis/Filliol lavorano nel loro studio, all'interno di un antico mulino a parecchi chilometri dalla città – esclude la presenza di un'altra persona, oltre a loro due e alla stessa figura che attraverso i loro gesti prende forma.

 

 

La sensazione è che le mani di ognuno, in continuo movimento, a turno o insieme, rendano possibile, o facilitino, l'auto-realizzazione della figura, che sembra materializzarsi all'interno di un campo psichico creato dall'azione combinata dei due artefici. Una figura umana, di incerto sesso, che porta in sé molte altre figure, viste nella realtà o nell'iconografia soprattutto classica, e il cui carattere dominante – già in fase di abbozzo – è una sorta di distacco, ma non altero, come ad esprimere una sofferenza che è però stata superata e viene così trasfigurata, con compostezza e dignità. Di una bellezza difficilmente riconducibile ad alcun canone estetico, essa esprime anche fierezza, e ognuna di queste qualità non prevale sulle altre, manifestandosi tutte a turno, grazie al movimento circondante dell'osservatore (io stesso, quel giorno), che la vede profilarsi già appena entrato nello spazio, da una distanza di circa dieci metri, e avvicinandosi ne scopre sempre nuove e sorprendenti peculiarità.

Da un certo punto in poi, gli sverniciatori ad aria calda branditi da entrambi gli scultori determinano un deciso cambiamento nel loro approccio e nella stessa atmosfera dello spazio/studio, ed è questa la fase più intensa, che più mi affascina e mi turba insieme. Non perdo d'occhio neppure per un istante ciò che sta accadendo ora (moltissimi gli scatti realizzati in questa fase), intuitivamente consapevole che si tratta di un evento altrettanto violento quanto effimero, che lascerà tracce evidenti sulla superficie e sulla forma generale della scultura, ma la cui labile intensità si potrà poi soltanto vagamente immaginare, già a partire dal giorno dopo, quando il pubblico verrà a vedere l'opera. Soltanto noi tre ricorderemo l'esperienza, per averla vissuta.

Alla fine la figura trova la sua forma, ed è soltanto allora che Andrea e Davide si allontanano, una volta per sempre, dal luogo della creazione.

The making of Mom, Carlo Fossati, giugno 2014

 

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