Il cielo sopra e sotto

 

Il cielo sopra e sotto

lo stesso cielo, ora inafferrabile, che non si può contenere, ora dentro una tazza, mentre galleggia sul caffè

La scorsa estate sono andato a Crissolo – un paese situato quasi sotto al Monviso, dove nasce il fiume Po – due volte, per essere presente agli appuntamenti espositivi della terza edizione di Mun Ange, un bel progetto di Gian Antonio Gilli che intende essere un omaggio a un luogo a lui molto caro, legato alla sua famiglia e agli anni della sua infanzia. Andai una prima volta il 4 agosto per vedere l'allestimento di Alessandro Quaranta in quello che fu, fino a qualche lustro fa, un negozio di generi diversi, più o meno al centro del paese. Alessandro presentava due opere che ben conoscevo, in una forma nuova (trattandosi di opere che si adattano ogni volta al luogo in cui vengono allestite). Oltre a uno dei suoi Oracoli, che furono mostrati la prima volta a blank nel 2015, c'era un nuovo caso delle sue riflessioni*, un'opera piuttosto semplice (sia pure comprensiva di un apparato teconologico) che riesce ogni volta a stupire chi la guarda, come di fronte a un piccolo miracolo, di cui non viene neppure celato il trucco. Una microcamera video, posta proprio davanti al negozio, riprendeva la superficie di un liquido scuro contenuto in una tazza (anzi una scodella, come quelle che si usano per il caffelatte a colazione) sulla quale si rifletteva un'immagine del cielo al di sopra. Il miracolo avveniva bensì all'interno del negozio, dove un proiettore rimandava l'immagine sul retro di un foglio posto sopra il bancone, e così chi stava all'interno, nella penombra, poteva vedere il cielo fuori, guardando però verso il basso. Quel giorno scattai diverse fotografie delle due parti dell'installazione, riprendendo la scodella, ovvero l'immagine del cielo riflessa sulla superficie del liquido (proprio caffè, fatto sul momento usando la moka di Gian Antonio), sia all'esterno sia all'interno.
 

15 giorni dopo sono tornato a Crissolo per assistere alle operazioni condotte da Gaia Carboni in un altro luogo, all'aperto. Lì aveva allestito un rudimentale forno di cottura, per cuocere alcuni manufatti in creta che sarebbero stati presentati il giorno dopo nel negozio di Mun Ange, sullo stesso bancone già usato da Alessandro Quaranta due settimane prima. Stavolta non scattai nessuna fotografia (per qualche motivo non avevo portato con me la fotocamera) ma scrissi poi un testo in cui racconto la mia esperienza di quel pomeriggio, trascorso in buona parte nei pressi del forno, mentre il calore prodotto dal fuoco al suo interno gradatamente si attenuava, dacché Gaia smise di alimentarlo. C'è un passaggio del testo in cui menziono il cielo, il quale, a differenza di quello compreso nell'opera di Alessandro, appare lontano e come indifferente. Lo definisco “limpido”, in contrasto con il piccolo caos creato da Gaia allestendo il forno in un angolo dello spiazzo denominato Paradiso delle dame, appena fuori del paese, con il fumo che fuoriesce dal forno e infastidisce chi si trovi lì vicino. E ricordo ancora bene – anche se nel testo il cielo viene citato soltanto una volta, brevemente – come ne sentissi costantemente la presenza sovrastante. Che mi si confermava quando ogni tanto alzavo la testa per guardarlo, nel tentativo di sottrarmi per un attimo a quel luogo così strano intorno a me, da cui mi sentivo soggiogato. 
Riflettendo su queste due esperienze parecchio tempo dopo, mi è parso di intuire quanto la presenza del cielo fosse importante in entrambe le operazioni, quella di Alessandro e quella di Gaia. E il fatto che mi mettessi in relazione con esso in due modi diversi, abbassando lo sguardo nel primo caso, alzandolo nell'altro, credo possa ben rappresentare ognuno dei due approcci, a loro volta diversi fra loro. Alessandro, attraverso il procedimento di riflessione, e soprattutto riuscendo a portarne l'immagine all'interno del negozio, è come se lo avesse 'addomesticato'. Gaia invece, lavorando all'aperto, sul liminare fra il paese e il bosco, fra civiltà e natura, si era esposta alla sua azione praticamente indifesa, tormentata dal sole e dalla luce che, ricordo bene, era splendente, quasi abbacinante, quel pomeriggio d'estate. Era quasi sempre china, Gaia, senza guardare il sole, e quindi il cielo, di cui percepiva però distintamente la presenza, subendone il dominio.

C F, 20/9/17

*: termine semplificato che uso per comodità, essendo il titolo esatto dell'opera I non illusi errano

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